Monday, May 15, 2017

Il Paraclito

Dominica IV post Pascha
Image result for the holy spiritSuore Francescane dell’Immacolata
Frattocchie, IT

         Ancora in questo periodo intermesso, un tempo di quieta, torniamo di nuovo nella memoria degli apostoli al ultimo discorso di Gesù. Torniamo alla promessa del Paraclito, quando Gesù parlava del suo ritorno al Padre nel cielo e il mandato del Paraclito. Cioè l’Ascensione e la Pentecoste. Pero non siamo lì ancora. Quindi, perché gli Apostoli avevano in mente questo parte del ultimo discoro? Perché nella meditazione di questi giorni, torniamo a questo punto sulla promessa del Paraclito?
         Sicuramento prima che Gesù ha visitato gli Apostoli dopo la Sua risurrezione, la loro preoccupazione era la colpa, il peccato. Gli Apostoli hanno vissuto tre anni con il Figlio di Dio, ascoltando ed imparando tutto di questa nuova vita. C’erano nel discorso sul monte dove Gesù ha indicato tutto un nuovo itinerario per i discepoli—Beati coloro […] la via delle beatitudini. Hanno capito come «non passerà neppure un iota o un segno dalla legge» vecchia ma richiede una giustizia più alta degli Scribi e i Farisei (Matt 5,18.20). «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio» (Matt 5,21-22). Nel compiere la legge antica Gesù la radicalizza, cioè fa sì che non c’è un minimo di non fare, ma un massimo di cercare. Lo standard non è soltanto d’essere santo come il Padre è santo (cioè separato da tutto il male che c’è nel mondo) ma d’essere perfetto come il Padre nel cielo (cf. Matt 5,48).
Di più nella lavanda dei piedi i discepoli hanno visto quell’ultima serra come Gesù prendeva lo stato del servo rispetto agli altri. Ciononostante d’essere maestro, si ha abbassato nel servizio e nel amore per gli altri. E in fine, hanno ricevuto il nuovo comandamento, «che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato» (Gv 13,34). Allora Gesù ha preso su di sé lo standard, Egli stesso è la misura di questa nuova vita. Non basta amare secondo le regole, ma amare come Gesù stesso, amare come Dio.
Pero nella delusione di quella notte dopo il canto del gallino, e nel fallimento della crocifissione, gli Apostoli sono resi timorosi e scoraggiati dietro porte chiuse per paura dei Giudei (Gv 20,19). La colpa di questo peccato, di non aver fatto quello che ha detto Gesù pesava, gravava sulle loro coscienze. Certo dopo la risurrezione hanno ricevuto il perdono di Gesù. Gesù «si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”» (Gv 20,19). E ricordiamo quel famoso momento in cui Gesù ha perdonato Pietro chiedendolo tre volte: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?» (Gv 21,15). Gli ha perdonato Gesù. Ma nella libertà di questo perdono, ci rimane la domanda, la domanda degli Apostoli che ha suscitato questo ricordo della promessa del Paraclito. Perdonato, come io vivo di nuovo secondo questo standard? Come io posso compiere questa nuova vita? Aver caduto una volta, che assicurerà che non cadrà di nuovo? Sia possibile vivere questa alta vita?
         La domanda non è così lontano da quella della Madonna. Aver sentito il messaggio del Angelo, disse «Come è possibile? Non conosco uomo» (Lc 1,34). Dalla forza sua, Maria non conosceva una possibilità di raggiungere questa chiamata ad una nuova vita. La risposta del Angelo alla Vergine e lo stesso di Gesù agli Apostoli. «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo» (Lc 1,35). «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Lo Spirito, Lo Spirito ci fa vivere nella libertà di quel perdono originale che abbiamo ricevuto nel battesimo. Lo Spirito ci fa superare la paura di non vivere secondo lo standard di Gesù. Lo Spirito che abbiamo ricevuto nella Cresima—siamo sigillato dallo Spirito—ci da i suoi doni per seguire l’itinerario delle Beatitudini. Lo Spirito che abbitta nei nostri cuori ci da la forza di cercare questa radicale perfezione del Padre. Lo Spirito che dimora in noi ci purifica da tutti quei vizi—l’ira, l’accidia, la gola, l’invidia, lussuria, l’avarizia, e la superbia—perché tutto quello che esce dalla bocca che proviene dal cuore veramente immondo l’uomo (cf. Matt 15,18).
Figlie Carissime, è Lo Spirito d’adozione che ci fa figli di Dio nel unico Figlio chi è Gesù. «Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce», e Lo Spirito è il compimento di ogni regalo (Gc 1,17). Quindi, è questo passaggio, questo momento della promessa dello Spirito Paraclito che ricordavano gli Apostoli. Non abbia paura della vita alta a cui ci chiama il Padre, «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Matt 19,26).



Sunday, May 7, 2017

Gioia dopo «un poco»

Dominica III post Pascha
Suore Francescane dell’Immacolata
Frattocchie, IT

Ave Maria!

         Parecchie settimane dopo la Pasqua ci troviamo con i discepoli riflettendo sul tutto quello che Gesù ha detto. Dopo l’annuncio del Angelo a Maria Magdalena, dopo l’apparizione di Gesù nel cammino ad Emmaus, ed anche tra ne i discepoli e Tommaso, dopo tutto questa emozione e dramma ci troviamo nella quieta dei giorni intermessi. Un tempo di riflettere e ricordare, di replay gli tre anni passati con Gesù e sopra tutto gli ultimi giorni. Si può immaginare uno dei discepoli dicendo ricordate come Gesù in quella notte ha detto «un poco e non mi vedrete; un pò ancora e mi vedrete». In quel allora non potevano capire le parole di Gesù. Che Egli parlava della Sua morte e risurrezione. In fatti, Gesù solo poteva dirglilo in più che «voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia». M’allora hanno capito. Nella mistagogia di questi giorni hanno visto per la fede il compimento di queste parole. Come nella loro tristezza della Sua passione ci sembrava che vincesse il mondo, ma non era così e la gioia di questa vittoria in Cristo nessuno può togliere.
Ma noi nello stesso periodo di meditazione e riflessione, sappiamo che queste parole di Gesù hanno un doppio compimento. Questo «un poco» dopo cui non vedremo Gesù è l’attesa dell’Ascensione. L’Ascensione quando Gesù torna al Padre copro ed anima e siede alla Sua destra per intercedere per noi. E non lo vedremo di più. Si, certo vediamo il Signore nei sacramenti, pero è una visione spirituale, un senso della fede, non corporale, gli sensi umani sono carenti. Come il Signore ha detto a Tommaso «beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Quindi questo «un po’ ancora» dopo cui vedremo Gesù di nuovo, dovrebbe essere allora, il tempo in attesa della Sua seconda venuta. Quella finale quando venga a giudicare i vivi ed i morti.
Pero se seguiamo questa logica, allora dovrebbe essere un tempo di tristizia; adesso ci stiamo nella valle delle lacrime, in cui il mondo rallegra, non noi. Gli Apostoli lo sapevano più di tutto, Pietro e Paulo crucifisso e decapitato. Tutti furono uccisi, martirizzati, e tanti altri con loro. Ma qui c’è una differenza. Dice che loro «se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (Att 5,41). Gioia a causa delle sofferenze? In fatti, qui negli Atti degli Apostoli, così piena di sofferenze e persecuzioni—S. Stefano, per esempio—stiamo nel tempo dopo l’Ascensione, il tempo in cui «la vostra afflizione si cambierà in gioia». Quindi Gesù non promette una gioia per aver tolta le sofferenze, ma una gioia che non si può togliere. Una gioia che perdura sotto le afflizioni di questo mondo, la stessa gioia, possiamo dire, che Gesù aveva nella Sua Passione. Per «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
Sulla questa gioia dobbiamo essere chiaro. Non è ridere, anche se I santi come San Filippo Neri che avevano questa gioia ridevano più che egli altri. Non è sorridere, anche se i santi come Santa Madre Teresa di Calcutta che avevano questa gioia avevano un sorriso più largo degli altri. Non è umorismo, anche se i santi come San Tommaso More scherzavano più che gli altri.
Questa gioia del martire è più fondamentale che questo. I martiri di questo secolo passato ci hanno mostrato questo. Martiri più numerosi che mai nella chiesa, e con tutto rispetto agli altri, con mezzi di tortura e morte più crudele e brutale che mai. Come «La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora» non è tempo per ridere e scherzare. Pero c’è ancora gioia. Ci sono tanti spiegazione di come questa gioia nasce nel cuore del cristiano anche tramite le afflizioni. Ma direi che zelo è quello più efficace. «Lo zelo per la tua casa mi divora» (Gv 2,17; Sal 69,9). Questa gioia è lo zelo che si manifesta nelle virtù e nelle opere di carità. Come dice S. Pietro «La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio». Questa gioia è l’energia dello soffio dello Spirito che agisce in noi. Come la donna che quando capisce la nuova vita di cui sta per partorire, si riempie di una forza che non termina a fin che da luce al bambino. Questa gioia è la vita di Gesù risorto che già viviamo in questo mondo nell’attesa della Sua venuta, ma non ancora compiuta quando «non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che ha venuto».
         

Monday, April 3, 2017

Wicked Man's Guilt and Just Man's Doubt

Friday, Week IV of Lent
The Pontifical North American College
Sant’Eusebio
Rome, IT
March 31, 2017


         The wicked man’s guilt. It begins as King Herod’s peculiar if not strange pleasure in listening to the saintly John the Baptist; morphs into King Saul’s jealousy for David; like Joseph’s jealous brothers quickly starts scheming and conspiring; and finally, the deed, elimination, murder, Cain and Abel. All the while, the righteousness of Job rebels and protests before God; that of the carpenter Joseph not wanting to expose his wife to shame, decides to divorce her quietly; Sarah, laughs at the idea of Isaac; and the Baptist sends his disciples asking «are you the one who is to come, or should we look for another?». The doubt of the just man. The wicked man’s guilt and the doubt of the just man. For the Patriarchs, the wicked man’s guilt blinded him from the «hidden counsels of God», «the recompense of holiness», «the innocent soul’s reward»; while the just man’s doubt diminished the fear of the Lord and the keeping of His commandments. Yet, in Christ, wickedness becomes the fulfillment of prophecies: «Let us condemn him to a shameful death, for according to his own words, God will same him»; and doubt salvific obedience: «Father, if you are willing, take this cup away from me; still not my will but yours be done».

Sunday, April 2, 2017

L'Impeccabile Gesù

Dominica Passionis
Suore Francescane dell’Immacolata
Frattocchie, IT

Perdonare i peccati è una cosa. É già un altro d’assicurare la vita eterna attraverso le tue parole. Ma è completamente un altro a dire che «io sono senza peccato». In questo lungo discorso nel Tempio, Gesù trattando di rivelare la Sua divinità argomenta tutte queste tre cose. Prima Gesù incontra la dona adultera, che dopo aver contestato gli scribi e i farisei, Gesù le disse «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 7.11). Già questa è una cosa, perché come i farisei hanno detto, « Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7).
Poi dopo aver verificato la Sua testimonianza attraverso quella del Padre—chiamando Dio il Suo padre—Gesù promette la libertà e la vita eterna a coloro che stanno intorno a Lui, se rimangano fedele alle Sue parole (Cf. Gv 8, 31-32.52). E anche questo non è poco. L’hanno risposto «Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto?» (Gv 8,53). Tutti gli esseri umani muoiono. Se non muore o promette questa vita senza la morte, quindi?
Ma nel discorso, esce una frase che va oltre tutto questo: «Chi di voi può convincermi di peccato?» (Gv 8, 46). Chi può accusare Gesù di peccato? L’indicazione è forte. Gesù afferma che è senza peccato. Anche al inizio del discorso si trova un riferimento di questo tipo, quando Gesù con la donna adultera ha detto agli Scribi e Farisei «chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,11). Tutti andavano uno a uno, ma Gesù rimaneva, senza peccato.
Nella tradizione della Chiesa questa è la dottrina dell’impeccabilità di Gesù. L’impeccabilità, non soltanto che Lui è senza peccato ma che Lui non può peccare, non ha la capacità. Per la folla intorno a Gesù, questo tipo di perfezione indicava nient’altro che divinità: «chi pretendi di essere?» (Gv 8,46). Più che umano? Solo Dio può essere così perfetto. Infatti, Gesù conclude il discorso, prendendo il nome del Signore rivelato a Mose (cf. Es 3,14): «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono» (Gv 8,59). Gli Ebrei non dovessero non riconoscere questo titolo, questo nome santo e indicibile, il nome di Dio, il Signore Adonai. Si, Gesù pretendeva di essere Dio perché lo è. E per gli Ebrei questa affermazione era blasfemia.
Ma l’uomo di oggi, l’uomo secolarizzato, obietta a questa stessa affermazione, non perché Gesù reclama di essere Dio, ma perché gli sembra di non essere uomo. Cioè, gli Ebrei sapevano che cos’era Dio, e secondo loro quello che ha detto Gesù di se stesso non aggiungeva; non era Dio. L’uomo secolarizzato, invece, questo nuovo gentile, non sa cos’e Dio; cos’e divinità. Quindi, lui senta Gesù pretende di non essere uomo o meglio, di non essere uomo come gli altri. E quest’uomo, questa affermazione è blasfemia.
L’essere uomo oggi significa essere debole, rotta, intrappolato dai forzi, incapace di andare oltre. La crolla del progetto dell’Modernismo, di una futura umanità perfetta attraverso la ragione e le forze comunitarie—Gli Illuminati, i Massoni, i comunisti, fascisti, ecc.—questa crolla ha lasciato l’uomo senza speranza di un’umanità perfetta. Adesso, non è un vero umano senza l’imperfezione. Quindi, invece di combattere alla perfezione, si è lasciato l’uomo al piacere dei caprici. Anzi, la perfezione adesso si è vista come una minaccia. La perfezione non da speranza, ma un ideale mai realizzabile, mai conoscibile. L’altro giorno camminando per la strada l’uomo mi disse, «non diventi il Papa, perché a quest’altezza non mi da caso». Allora di Gesù, dell’uomo perfetto davvero senza peccato, dell’uomo divino, di Dio-uomo, si sfida. Come si possa relazionare a un uomo che è perfetto? Che conosce della mia situazione? Non è vero che ogni sacerdote «è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli rivestito di debolezza» (Eb 5,2)? Quindi, era un vero uomo questo Gesù?
Sappiamo già la risposta. Gesù è senza peccato, come l’uomo originale, l’uomo come era stato creato, ma si è diventato peccato prendendo su di Se le nostre colpe, il nostro stato di schiavitù a fin che si poteva offrirsi come un sacrificio puro e santo, accettabile a Dio in remissione dei nostri peccati. «se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, […] li santificano […], quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,13-14). Sulla dottrina siamo chiari. Pero quando la perfezione viene vista come un’ostacola all’incontro con Dio?
Tanti, anche buoni teologhi, fanno quest’errore. Pensano che per essere da vero libero, Gesù dovrebbe avuto avere l’opportunità di peccare quando era stato tentato nel deserto, per esempio. Che sulla Croce nella Sua Passione non poteva vedere la faccia del Padre, e sperava nella fede invece nella conoscenza della visione beatifica. Che Gesù doveva essere uomo come me, come gli altri. Se no, non possiamo conoscerlo.

Pero Gesù rivela l’uomo a se stesso. Gesù è la misura dell’uomo, non l’uomo la misura dell’umanità di Gesù. Gesù non è un uomo meglio di noi. Ma il uomo vero. Gesù non offre soltanto la remissione dei peccati. Gesù non offre soltanto una vita umana che non finisce mai, eterna. Gesù rifaccia l’uomo. Ci da un nuovo cuore, e mette dentro di noi il Suo Spirito, a fin che possiamo andare oltre, auto-trascendersi in Cristo, anzi risorgere. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9). «Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, [per questo può relazionarsi con noi, non perché è debole o imperfetto, ma] perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza [il sacrificio puro e immacolato], coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che è stata promessa» (Eb 9,15).