Monday, April 3, 2017

Wicked Man's Guilt and Just Man's Doubt

Friday, Week IV of Lent
The Pontifical North American College
Sant’Eusebio
Rome, IT
March 31, 2017


         The wicked man’s guilt. It begins as King Herod’s peculiar if not strange pleasure in listening to the saintly John the Baptist; morphs into King Saul’s jealousy for David; like Joseph’s jealous brothers quickly starts scheming and conspiring; and finally, the deed, elimination, murder, Cain and Abel. All the while, the righteousness of Job rebels and protests before God; that of the carpenter Joseph not wanting to expose his wife to shame, decides to divorce her quietly; Sarah, laughs at the idea of Isaac; and the Baptist sends his disciples asking «are you the one who is to come, or should we look for another?». The doubt of the just man. The wicked man’s guilt and the doubt of the just man. For the Patriarchs, the wicked man’s guilt blinded him from the «hidden counsels of God», «the recompense of holiness», «the innocent soul’s reward»; while the just man’s doubt diminished the fear of the Lord and the keeping of His commandments. Yet, in Christ, wickedness becomes the fulfillment of prophecies: «Let us condemn him to a shameful death, for according to his own words, God will same him»; and doubt salvific obedience: «Father, if you are willing, take this cup away from me; still not my will but yours be done».

Sunday, April 2, 2017

L'Impeccabile Gesù

Dominica Passionis
Suore Francescane dell’Immacolata
Frattocchie, IT

Perdonare i peccati è una cosa. É già un altro d’assicurare la vita eterna attraverso le tue parole. Ma è completamente un altro a dire che «io sono senza peccato». In questo lungo discorso nel Tempio, Gesù trattando di rivelare la Sua divinità argomenta tutte queste tre cose. Prima Gesù incontra la dona adultera, che dopo aver contestato gli scribi e i farisei, Gesù le disse «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 7.11). Già questa è una cosa, perché come i farisei hanno detto, « Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7).
Poi dopo aver verificato la Sua testimonianza attraverso quella del Padre—chiamando Dio il Suo padre—Gesù promette la libertà e la vita eterna a coloro che stanno intorno a Lui, se rimangano fedele alle Sue parole (Cf. Gv 8, 31-32.52). E anche questo non è poco. L’hanno risposto «Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto?» (Gv 8,53). Tutti gli esseri umani muoiono. Se non muore o promette questa vita senza la morte, quindi?
Ma nel discorso, esce una frase che va oltre tutto questo: «Chi di voi può convincermi di peccato?» (Gv 8, 46). Chi può accusare Gesù di peccato? L’indicazione è forte. Gesù afferma che è senza peccato. Anche al inizio del discorso si trova un riferimento di questo tipo, quando Gesù con la donna adultera ha detto agli Scribi e Farisei «chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,11). Tutti andavano uno a uno, ma Gesù rimaneva, senza peccato.
Nella tradizione della Chiesa questa è la dottrina dell’impeccabilità di Gesù. L’impeccabilità, non soltanto che Lui è senza peccato ma che Lui non può peccare, non ha la capacità. Per la folla intorno a Gesù, questo tipo di perfezione indicava nient’altro che divinità: «chi pretendi di essere?» (Gv 8,46). Più che umano? Solo Dio può essere così perfetto. Infatti, Gesù conclude il discorso, prendendo il nome del Signore rivelato a Mose (cf. Es 3,14): «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono» (Gv 8,59). Gli Ebrei non dovessero non riconoscere questo titolo, questo nome santo e indicibile, il nome di Dio, il Signore Adonai. Si, Gesù pretendeva di essere Dio perché lo è. E per gli Ebrei questa affermazione era blasfemia.
Ma l’uomo di oggi, l’uomo secolarizzato, obietta a questa stessa affermazione, non perché Gesù reclama di essere Dio, ma perché gli sembra di non essere uomo. Cioè, gli Ebrei sapevano che cos’era Dio, e secondo loro quello che ha detto Gesù di se stesso non aggiungeva; non era Dio. L’uomo secolarizzato, invece, questo nuovo gentile, non sa cos’e Dio; cos’e divinità. Quindi, lui senta Gesù pretende di non essere uomo o meglio, di non essere uomo come gli altri. E quest’uomo, questa affermazione è blasfemia.
L’essere uomo oggi significa essere debole, rotta, intrappolato dai forzi, incapace di andare oltre. La crolla del progetto dell’Modernismo, di una futura umanità perfetta attraverso la ragione e le forze comunitarie—Gli Illuminati, i Massoni, i comunisti, fascisti, ecc.—questa crolla ha lasciato l’uomo senza speranza di un’umanità perfetta. Adesso, non è un vero umano senza l’imperfezione. Quindi, invece di combattere alla perfezione, si è lasciato l’uomo al piacere dei caprici. Anzi, la perfezione adesso si è vista come una minaccia. La perfezione non da speranza, ma un ideale mai realizzabile, mai conoscibile. L’altro giorno camminando per la strada l’uomo mi disse, «non diventi il Papa, perché a quest’altezza non mi da caso». Allora di Gesù, dell’uomo perfetto davvero senza peccato, dell’uomo divino, di Dio-uomo, si sfida. Come si possa relazionare a un uomo che è perfetto? Che conosce della mia situazione? Non è vero che ogni sacerdote «è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli rivestito di debolezza» (Eb 5,2)? Quindi, era un vero uomo questo Gesù?
Sappiamo già la risposta. Gesù è senza peccato, come l’uomo originale, l’uomo come era stato creato, ma si è diventato peccato prendendo su di Se le nostre colpe, il nostro stato di schiavitù a fin che si poteva offrirsi come un sacrificio puro e santo, accettabile a Dio in remissione dei nostri peccati. «se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, […] li santificano […], quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,13-14). Sulla dottrina siamo chiari. Pero quando la perfezione viene vista come un’ostacola all’incontro con Dio?
Tanti, anche buoni teologhi, fanno quest’errore. Pensano che per essere da vero libero, Gesù dovrebbe avuto avere l’opportunità di peccare quando era stato tentato nel deserto, per esempio. Che sulla Croce nella Sua Passione non poteva vedere la faccia del Padre, e sperava nella fede invece nella conoscenza della visione beatifica. Che Gesù doveva essere uomo come me, come gli altri. Se no, non possiamo conoscerlo.

Pero Gesù rivela l’uomo a se stesso. Gesù è la misura dell’uomo, non l’uomo la misura dell’umanità di Gesù. Gesù non è un uomo meglio di noi. Ma il uomo vero. Gesù non offre soltanto la remissione dei peccati. Gesù non offre soltanto una vita umana che non finisce mai, eterna. Gesù rifaccia l’uomo. Ci da un nuovo cuore, e mette dentro di noi il Suo Spirito, a fin che possiamo andare oltre, auto-trascendersi in Cristo, anzi risorgere. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9). «Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, [per questo può relazionarsi con noi, non perché è debole o imperfetto, ma] perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza [il sacrificio puro e immacolato], coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che è stata promessa» (Eb 9,15).

Sunday, March 19, 2017

Con chi Parli?

Dominica Prima in Quadragesima
Suore Francescane dell’Immacolata
Frattocchie, IT

         I luoghi più caldi sono i più bassi. Cioè i deserti più estremi si trovano sempre nei luoghi d’altitudine sempre più bassa, anzi più bassa del livello del mare. Lì a causa del caldo evapora l’acqua e tutti segni di vita, a fin che si è rimasto soltanto sale, morte. Il Valle della Morte negli Stati Uniti (86 metri sotto il livello del mare) e il Mar Morto nel Medio Oriente (415 metri sotto il livello del mare) sono due dei luoghi più caldi nel mondo, sono diserti. E proprio lì condotto dallo spirito Gesù discese nel deserto. L’acqua del battesimo come l’acqua del Giordano che raggiunge al Mar Morte si è seccata, la pelle di Gesù come il terreno del deserto incrostato nel sale. Fosse questa la ragione che incontrava il diavolo, nel luogo di caldo, sale, morte, il deserto.
         E Gesù viene tentato 3 volte. «Se sei Figlio di Dio…». Nonostante il caldo, la sete, la fame, Gesù ci da un esempio di come agire al confronto la tentazione: non parlare con il diavolo. A tutti tre tentazione Gesù non rispose con ragione ma con autorità. Egli non discute o dialoga, dando ragione perché sia sbagliato. Ma il digiuno si sta bene, il modo migliore a controllare i caprici e un ottimo sacrificio a Dio. No, non lo dice. Ma succinto risponde con autorità, «sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matt 4:4). Non si può ragionare con il diavolo nella tentazione, anzi non si può convincerlo. Lui è intelligentissimo, il padre delle bugie, e si è già deciso la sua parte. Lui ha già negato di servire Dio e ha già ricevuto il suo giudizio particolare. Non può cambiare. E per questo le sue tentazioni non si può combattere come fosse un dibattito.
Allora basta rispondere a lui e alle sue tentazione con autorità. Nel nome di Gesù ti denuncio. Si dice nella scrittura. ecc. Nei momenti di tentazioni smettetevi di parlare con quella, dando delle ragioni che mai funzionano o al massimo la spostano per qual che giorno. Invece, proclamate le parole di Gesù e giratevi a Gesù e parla con Egli, perché con Egli si può ragionare e con Egli si può dialogare. Pensate delle volte in cui Gesù condonava i farisei perché dialogavano nei loro cuori. «Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore?» (Matt 9,3-4; cf. 12,25. Lc 6,7-8. 9,46-47. 11,16-17). La difficoltà che i farisei avevano con Gesù non era il problema, ma il fatto che non parlavano, non dialogavano con Gesù. Invece parlavano con sé stessi e rimanevano da soli nei loro pensieri pronti per cadere nel peccato.
Pero con Dio tutto è l’opposto. Si infatti parlando con Dio, Gesù dava tante ragioni. «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato» (Gv 17,1-2). Anche noi quando preghiamo, elenchiamo ragione dopo ragione per lodare e glorificare Dio. «E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno» (Prefazio). Questo si fa perché mentre il diavolo fa delle bugie, Gesù è la verità. «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Quindi dando delle ragioni nella preghiera, dialogando con Gesù sulla verità noi avviciniamo a Dio, entriamo nella comunione con Egli. E poi lì sparisca la tentazione, esca l’acqua viva dalla roccia nel deserto.
Nella luce di questa verità, si può sommare lo scopo di tutta la vita spirituale in un punto: di trasformare il dialogo interiore nei nostri cuori, a un dialogo con Dio. Ogni uno di noi ha questo dialogo interiore. Ci parliamo e pensiamo con noi stessi, no? Se non si sta parlando con Dio, con chi si sta parlando? Speriamo noi, altrimenti peggiore, qualcun altro. Ma è un tipo di idolatria, contra il primo comandamento. Ci fa nel nostro cuore, il santuario di Dio, un idolo chi è noi o qualcun altro, e parliamo con quello, non Dio. Ma ribadisco. Se non si sta parlando con Dio, con chi si sta parlando?
Tornando a Gesù vediamo la risposta alla tentazione dell’idolatria, quello di fare dio di qualcun altro, «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto» (Matt 4,10). E se c’è qualche incertezza sul questa è la paura di essere soli. Come vivo senza questa parlare. Ma mi piace. Se la smetto, qualcuno mi risponda? Di smettere questo dialogo interiore ci sembra impossibile. Mi muoio in questo silenzio. Ma cosa successo con Gesù? Dicendo questo «il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Matt 4,11). L’uomo che si rivolge a Gesù mai si trova solo. Noi siamo già nel deserto soli, parlando con noi stessi o qualcun altro. Noi camminiamo già nelle tenebre della valle della morte. E Gesù scende nella nostra realtà per suscitare nei nostri cuori lo Suo Spirito che dimora in noi. La sorpresa è che rivolgendosi a Gesù nella preghiera davanti alla tentazione, ci troviamo non soli, ma affollato dagli Angeli e Santi e nostri fratelli in Cristo.

La Trasfigurazione

Dominica II in Quadragesima
Suore Francescane dell’Immacolata
Frattocchie, IT

         Aver parlato per la prima volta ai Suoi discepoli della Sua passione che verrà, Gesù voleva mostrare ad alcuni, i più vicini, la fine, lo scopo di tutto il Suo ministero e la Sua morte sulla croce, cioè la Sua gloria. Stiamo nel vangelo di Matteo ad un certo punto, un momento critico nella storia. I discepoli sempre un po’ lento hanno cominciato di capire chi era questo Gesù. I discepoli hanno visto S. Pietro cammina sull’acqua con Gesù e dissero «Tu sei veramente il Figlio di Dio!» (Matt 14, 33). S. Pietro ha fatto la sua risposta giusta, quella che né la carne né il sangue avrebbero potuto rivelare, ma soltanto il Padre che sta nei cieli: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matt 16, 17). E allora Gesù iniziò a parlare sulla croce. Ed anche se non capirono bene—S. Pietro protestava (cf. Matt 16, 22)—Gesù spiegò come Dio pensa: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà […] Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Matt 16, 24-25, 27). Questo è il cammino, il progetto, la missione che stavano facendo.
         E perché un cammino difficile ed oscuro come questo dovrebbe essere mostrato—come disse S. Tommaso «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?» (Gv 14, 5)—Gesù voleva affermare questa lezione, sigillare per così dire nella loro memoria un’esperienza di quello che ha parlato. La Sua trasfigurazione, quindi, un’anteprima della Sua gloria che verrà. E beati loro, Pietro, Giovanni, e Giacomo, di aver visto questa visione sul monte Tabor, di aver visto in un certo senso la fine del mondo, il giorno finale quando verrà il Signore nella Sua gloria a giudicare i vivi e i morti.
Dio ha preso Mosè sul monte per farlo vedere la terra promessa, per permettelo a vedere la fine prima della sua morte. E nonostante la felicità che avrebbe sentito vedendo il compimento dopo circa 40 anni del cammino nel deserto, non era questa gloriosa trasfigurazione del vero messia, Gesù. Dio ha preso Elia sul monte Carmelo per offrire un sacrificio accettabile e condannare i falsi profeti di Baal. E nonostante il fuoco che avrebbe visto che ha consumato il sacrificio e li ha dato vittoria sui profeti falsi, non era la voce di Dio Padre «che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Matt 17, 5). Pietro, Giovanni, e Giacomo, «beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono […] molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!» (Matt 13, 16-17).
         Ma Gesù non gli fa vedere soltanto la fine che verrà ma tutto il compimento del progetto divino, la realizzazione di tutte le alleanze fatte ed i promessi dati. Quello che Mosè ha visto sotto un segno e quello che Elia ha fatto come un simbolo, Gesù l’avrà portati alla vita eterna e Gesù avrà offerto il Suo sacrificio. I tre discepoli sono permessi di vedere non soltanto la fine ma la pienezza della rivelazione, Gesù il vero Messia e colui che hanno profetizzato.