Sunday, March 19, 2017

Carissimi Figli

Dominica III in Quadragesima
Suore Francescane dell’Immacolata
Frattocchie, IT

        
Gesù avrebbe potuto trattarci come schiavi, poveri servi del Suo Regno, umili e deboli funzionari nella Sua Casa. Gli Schiavi sono i più piccoli nella società, dimenticati. Sulle loro spalle resta il peso del piacere della società, l’onere dell’opulenza dei padroni. Infatti S. Paolo lo dice «Sono Paolo, Schiavo, Servo di Cristo» (Rom 1,1). E Gesù lo conferma «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10).
         Gesù avrebbe potuto trattarci come soldati, forti membri del Suo esercito, grande e belli protettori del castello Suo. I Militari sono i più bravi ed onerati nella società, lodati per i suoi virtù e sotto il loro potere cresce la società e la sua pace. Infatti, S. Paolo lo dice «prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù. Nessuno però, quando presta servizio militare, s'intralcia nelle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che l'ha arruolato» (2 Tim 2,3-4). E Gesù lo conferma «Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?» (Matt 26,53).
         Ed anche se Gesù ci ha chiamato così qualche volta, la nostra identità più profonda Gesù ha scelto di chiamarci figli di Dio. Infatti, oggi S. Paolo lo dice «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1-2). E Gesù lo conferma «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17).
Ci sono certi aspetti della nostra identità che vano visti sotto l’immagine d’essere uno schiavo di Dio o un soldato per Cristo. Sopra tutto nel mezzo della quaresima, possiamo sentirci un po’ così, no? Preghiamo di più, essendo attento al tavolo del Signore come il Suo servo. Prendiamo l’armatura di Dio a fin che possiamo resistere le tentazioni del diavolo e superare le prove nel digiuno (cf. Ef 6,13). Lavoriamo come operai nella vigna del Signore, facendo delle opere di misericordia che sono i Suoi frutti, frutti dello Spirito. Sotto quest’immagini camminiamo nel deserto di questo periodo, il pellegrinaggio annuale verso la Pasqua e la risurrezione. Però quest’immagine sono maschere che non toccano la nostra più profonda identità. Anzi, tutti questi certi aspetti vengano sottomessi a quella più sincera, d'essere figli di Dio. Il servizio dello schiavo, la fedeltà dello soldato vano visti nella luce di un figlio carissimo imitando il suo padre che lo ama.
Si, siamo nati, anzi rinati nell’acqua e lo spirito (cf. Gv 3,5). Nel battesimo ci mettiamo nel posto di Gesù, nella Sua persona, ed ascoltiamo la voce del nostro Padre dicendo «Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Matt 3,17). Riceviamo lo Spirito d’adozione nella colomba, lo Spirito Santo che abito in noi. S. Paolo ci ricorda oggi che tutte le nostre opere e sacrifici vengono offerti in questa disposizione, di carissimi figli, imitando il loro padre che gli ama. Preghiamo sempre al Padre Nostro. Gesù non ci ha insegnato a pregare in nessun altro modo. Digiuniamo come un sacrificio al padre sempre nel modo di Cristo in cui siamo figli, un sacrificio di soave odore. E curiamo i più piccoli figli, i nostri fratelli e sorelle in Cristo, come famiglia, vedendo la Sua somiglianza nelle loro facce. È così: quando la Mama pulisce la casa, la figlia carissima prende la scopa ad aiutare. Quest’è la logica. «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1-2).
Poi perché siamo figli di Dio nel Cristo, siamo eredi nel Suo Regno, S. Paolo parla dell’eredità che abbiamo nel Regno di Dio e di Cristo. Uno schiavo serva il patrono per godere del suo rispetto e stima. Un soldato combatte per le spoglie della vittoria e la gloria d’essere un eroe. Un’operai lavora per guadagnare gli soldi. Ma il figlio carissimo fa tutto nell’imitazione del Padre, sperando di diventare grande come il Padre, erede di tutto quello che è.
Noi come figli di Dio, figli dello stesso Padre di Cristo, siamo eredi del Regno di Dio. Cos’è il fratello o la sorella di un re? Non è un principe o una principessa? Non siamo fratelli e sorelle di Cristo Re dei Rei, Signore dei Signori, sopra tutta la terra e i cieli? Si, e godiamo di questa eredità, cioè la vita eterna nella preghiera, la fedeltà del digiuno, e le opere d’elemosine. Godiamo di questa eredità del Regno, essendo e vivendo questa identità dei figli, la dignità dei reali, principi e principesse.
Nelle Croniche di Narnia, i ragazzi arrivano nel mondo nuovo, come dicono degli animali, figli d’Adamo ed Eva, uomini e donne diversi da tutti gli altri. Ma allo stesso, venerati ed onerati da tutta la creazione (non caduta sotto il dominio della regina mala) come principi e principesse. Infatti, vengono al vecchio palazzo e vedono dei troni, uno per ciascuno. Erano eredi di un Regno mai immaginato e pensato, ma durante un tempo di guerra nella paura di essere sottomessi come schiavi ai Nazi—il tiranno più bruto nel tutto il percorso della storia—loro hanno trovato e scoperto nella vita quotidiana, attraverso un gioco nella casa di carino e benevolo padre adottivo.

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